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Cittadini del Mondo

Via Kennedy, 24 - Ferrara
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Martedì        17:00-18:30
Mercoledì    17:00-18:30
Giovedì        17:00-18:30
Venerdì        17:00-18:30

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Giovedì    14:30 - 17:00

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arcoiris

comunicato
Siamo pienamente consapevoli del disagio che esiste nella zona del grattacielo. Tanti membri della nostra Associazione, sopratutto donne, hanno paura ad attraversare i giardini circostanti. In generale, è una zona poco frequentata dagli immigrati più stabili, quelli residenti a Ferrara già da qualche anno, con figli inseriti nelle scuole ferraresi.

Si tratta di una zona di residenza temporanea, dove gli ultimi immigrati arrivati sono costretti a stare finché non trovano una sistemazione migliore. Molte di queste persone si trovano in circostanze disagiate, senza un lavoro stabile, con un reddito molto basso e con una scarsa comprensione della lingua italiana. La vasta maggioranza non è legata alla criminalità in nessun modo, ma, come capita spesso nel contesto urbano, queste zone di passaggio (spesso vicine alla stazione nelle varie città) diventano terreno fertile per certi tipi di attività illegali. Non c’è nessun dubbio che la criminalità esiste attorno al grattacielo. Per ora, rispetto ad altre città, si tratta di un fenomeno, a nostro parere abbastanza contenuto, che potrebbe crescere o calare o persistere allo stesso livello controllabile. E’ improbabile che sparisca del tutto perché, purtroppo, tanti aspetti di questa criminalità sono legati a fattori esterni che rimangono fuori dal controllo delle autorità locali e sappiamo benissimo che attività come lo spaccio della droga e la prostituzione non spariranno fino a che non sparirà la domanda per queste merci. La direzione che prenderà questo fenomeno dipende però in gran parte della risposta della città, della sua amministrazione e delle sue forze dell’ordine.

Riguardo alle forze dell’ordine, ci limitiamo a fare qualche osservazione. Premesso che siamo tutti daccordo che la criminalità va contrastata e che chiunque - di qualsiasi nazionalità - commette un reato in questo Paese va processato secondo la legge italiana. Detto questo, dobbiamo dire che le grandi retate, che implicano tante risorse (uomini, donne, veicoli, perfino elicotteri) ci sembrano semplicemente operazioni intimidatorie e, nonostante il costo considerevole, poco efficaci. I risultati finora sono sempre stati scarsi: qualche clandestino portato via al Centro di Detenzione di Bologna (quando nello stesso CPT c’era posto), ogni tanto l’arresto di uno spacciatore sprovveduto, gli altri erano già scappati molto prima dell’arrivo del primo poliziotto. Questo approccio molto vistoso, con l’inevitabile conferenza stampa del giorno dopo, ci sembra più orientato verso i giornali locali che verso la ricerca di una vera soluzione al problema. Si spera che tale approccio stia cambiando, perché rischia di essere molto controproducente e di provocare, tra l’altro, un drastico peggioramento nel rapporto, già abbastanza critico, fra le forze dell’ordine e le comunità straniere in generale. Rischia di trasformare un problema contenuto in un problema molto più diffuso e pericoloso e di servire da grancassa, nel gioco sporco della politica italiana, alla destra autoritaria, sostenuta dalla gran parte dei mass media, che cerca di trarre vantaggio da questo tipo di disagio e di dar fiato ai peggiori pregiudizi razzisti.

In questo quadro delicato l’approccio generale adottato dall’Amministrazione Pubblica in tutti questi anni ci sembra una miscela un po’ surreale del bastone: mai una parola di contrasto contro le retate delle forze dell’ordine, migliaia di euro investiti in telecamere e gadget della sicurezza che - anche quando funzionano - fanno poco o niente per risolvere il problema, e della carota: feste, dibattiti, cene, teatro, appelli piuttosto fuori luogo alla risoluzione non violenta dei conflitti, ecc. La nostra Associazione multietnica, cui fanno parte decine di immigrati di diversa nazionalità, ha cercato di contribuire, con la nostra esperienza decennale, al miglioramento della situazione organizzando e partecipando alle iniziative attuate nell’area, ma soprattutto indicando strategie diverse con proposte politiche ed organizzative come ad esempio quella dello sportello di informazione/aiuto/ascolto con mediatori stranieri. Nelle infinite riunioni a cui abbiamo partecipato, ci sentiamo totalmente inascoltati, spesso abbiamo anche l’impressione che nessuno dei vari uffici e commissioni coinvolti abbia mai fatto una ricerca, un confronto con situazioni paragonabili, né abbia letto una sola riga della vasta letteratura sulla gestione di problemi sociali nel contesto urbano multietnico.

Non abbiamo mai pensato di avere la soluzione del “problema grattacielo”, perché per problemi di questo genere non esiste una soluzione totale ed immediata, però abbiamo detto ripetutamente che il Comune dovrebbe aprire uno sportello lì in zona gestito da mediatori sociali di diverse nazionalità, in parallelo più o meno alle nazionalità dei residenti del grattacielo stesso. Questo sarebbe l’unico modo di accedere non agli spacciatori e agli sfruttatori (lasciamo questo compito alle forze dell’ordine) ma a tutta quella “gente di passaggio” che, come abbiamo detto prima, è lì al grattacielo solo finché non trova una sistemazione migliore. Accedere a loro, accompagnarli in un percorso di integrazione, è di un’importanza fondamentale in una situazione di questo tipo, perché sono loro - isolati, spesso irregolari (ma non criminali), sospettosi, che non capiscono la lingua italiana, che non conoscono i loro diritti né quelli dei loro figli - che possono cambiare il “clima” del grattacielo. Queste persone, che sono ovviamente molto diffidenti nei confronti delle istituzioni e degli italiani in genere, spesso non sanno che possono accedere al Servizio Sanitario anche se non hanno il permesso di soggiorno, e, per esempio, che i loro figli possono andare regolarmente a scuola anche se non hanno documenti, a volte non sono nemmeno a conoscenza delle mense gratuite. Sono queste persone, e soprattutto i loro figli, che potrebbero, se abbandonati dall’amministrazione locale, far parte di un futuro hinterland umano di una criminalità endemica. E, basandoci sulle esperienze di altre città europee che hanno già vissuto problemi di questo genere, sappiamo molto bene che l’unico modo di accedere a queste persone è proprio tramite i loro connazionali, ovvero, tramite mediatori formati che provengono da culture simili, che parlano la stessa lingua e che vedono i problemi di queste persone molto più da vicino.